Saranno finalmente contenti i vecchi amici e le zie amanti del buon teatro che da anni, già dai tempi del liceo, imploravano dopo ogni rappresentazione «La prossima volta fate qualcosa di classico, fate Shakespeare!».
Eccoli accontentati, o forse no, dai ragazzi della Pajeta, che per il loro quarto spettacolo hanno finalmente deciso di rivolgersi al Bardo per trovare ispirazione, nella più classica tradizione delle compagnie amatoriali, veronesi soprattutto. Ma anche con una musa tanto celebre e alta, l’approccio non poteva più di tanto cambiare, rimanendo ironico, canzonatorio, irrispettoso della sacralità che circonda i personaggi del Grande autore.
Non poteva essere altrimenti per il primo lavoro originale della compagnia di giovani attori, che lasciati alle spalle gli autori francesi e i salotti incipriati, non potevano certo disfarsi anche della loro più profonda vocazione, quella di far divertire – e ridere di gusto – un pubblico ormai affezionato.
La sfida, questa volta,non è delle più facili: non si tratta più di rendere attuali commedie impolverate dai secoli, bensì di partire (quasi) da zero per costruire uno spettacolo divertente e intrigante, con un pizzico di giallo per aumentare la curiosità.
Quasi perché un punto di partenza c’è, Shakespeare appunto: accade infatti che il non-tempo tipico ormai di tutti i lavori della Pajeta si ritrovi ad ospitare i più celebri protagonisti delle tragedie shakespeariane, in un défilé che potrebbe sembrare un omaggio all’autore, ma che si rivela presto un bieco tradimento per tutti coloro che si aspettavano finalmente un poco di rigore. Perché i personaggi sfilano – è vero – e conversano con le parole che il nobile creatore ha voluto donare loro, ma è subito chiaro che nell’albergo dove sono riuniti a farla da padrona è la farsa, non la tragedia.
L’ambientazione, ben lontana da quella di un allestimento del Globe, è già un chiaro segno di questo predominio dello scherzo, il quale emerge con forza ancora maggiore dal rovesciamento dei cliché tipici degli eroi tragici
e dalle citazioni che intrecciano passato e presente, frenandosi però davanti a una vicenda che costringe lo spettatore ad interrogarsi e mettersi alla prova, in una sorta di caccia al tesoro per collezionare e decifrare tutti i riferimenti inseriti nel testo. Una ricerca che si unisce al gioco, tipico di ogni thriller che si rispetti, di gareggiare con i personaggi per scoprire per primi il colpevole, mantenendo alta l’attenzione per ogni dettaglio.
Tuttavia, benché di mezzo ci siano intrighi ed omicidi che bene si adatterebbero alle trame del drammaturgo inglese, sul palco, o meglio nella hall, si intrecciano le vicende di personaggi che apparentemente paiono non avere più nulla dei loro omonimi shakespeariani. Solo apparentemente, però, perché – a ben guardare – nelle follie vanagloriose dell’improbabile Hotello, nell’invidia astiosa del concierge Jago o nelle ossessioni amorose dell’eterea Ofelia traspare molto dell’indole profonda degli originali, liberata dagli orpelli di caratteri che restano immortali come le opere da cui sono tratti, ma che rischiano di sembrare oggi esasperati e forse ridicoli. La Pajeta prova a cimentarsi in questa pratica un po’ eretica, proponendo di ridere, per una volta, delle fissazioni di Amleto o della retorica sentimentale degli innamorati di Verona.
Nella convinzione che in tempi come i nostri, nei quali tutti si prendono troppo sul serio, sia un esercizio salutare farsi beffe anche dei più Grandi; perché loro, divertiti, ridono insieme a noi!
“Hotel-ma”
commedia in due atti di Paul Putcho
con (in ordine di apparizione):
Beatrice Oppici
Giovanni Tomelleri
Matteo Corcioni
Valentina Zanferrari
Pietro Righi
Marco Catapano
Chiara Bonaconsa
Francesco Oppici
Margherita Palumbo
Giulia Bovi
Pietro Giovanni Trincanato
Regia di Andrea de Manincor
Luci e audio: Francesco Melotti e Tommaso Giavoni
Costumi: Nicoletta Pavani e Maria Gabriella Pedron
Scene: Roberto Bonaconsa e Alvise Trincanato
Grafica: Sofia Zenatti
Genere: commedia brillante
Durata: 90 minuti ca.


