La Pajeta lavora sull’idea fissa, quasi maniaca, di divertire il pubblico. Ne sono testimonianza i due precedenti spettacoli, frutto anche di una pervicace pratica del non sense, di una comicità sul testo e sulla situazione anche al di là dell’immaginabile, quasi surreale per quanto ispirata da un cabaret spinto, da una volontà di proporre gag a ripetizione.
In questo caso però si è trovata ad affrontare un testo decisamente difficile, il capolavoro di Lesage, di cui la compagnia aveva già rappresentato, diciamo al proprio pubblico debutto, un atto unico modellato sugli schemi tipici della Commedia dell’Arte: allora era il Crispino, stavolta è Turcaret l’affarista, che nell’adattamento è diventato il “Tutti passano… dalla baronessa!”.
Ecco, fin dalla scelta del titolo, è comprensibile che ci troviamo di fronte alla volontà di scardinare, di rompere la filologia del testo, lavorando sulla logica della parodia, della citazione disperata, qualche volta addirittura fine a sé stessa… Di qui l’idea di non dare un tempo definito alla rappresentazione, dimenticando il contesto parigino ed affarista,mercantile ,da prima borghesia “Luigi il Quattordici”.
Dell’inizio con il diavolo Asmodeo – che nella nostra messinscena diventa un’ambigua, diabolica serva Marina – e il giovane Cleofa che chiede spiegazione al signore degli Inferi di dove mai siano capitati, abbiamo mantenuto il senso della giustificazione che fornisce Asmodeo: il teatro è il luogo dei travestimenti, della possibilità di mettere alla berlina gli umani vizi, il luogo nel quale poterci ridere su, senza necessariamente infierire sul senso storto e distorto delle umane cose.
Costumi contraffatti, gigionerie da carnevale, gusto per la risata: e non tanto nel reale adattamento del testo – che per quello è stato in parte tagliato, mantenendo integra la storia, tra equivoci amorosi e meschini tentativi truffaldini – si trova la novità della messinscena di un copione, un po’ impolverato dai secoli ma ritenuto da alcuni tra le dieci migliori opere di teatro che siano mai state scritte, quanto nella volontà di ridere per ridere dei vizi della gente per bene, ché il messaggio è chiaro, limpido e forte, e nulla v’è da aggiungere.
La Pajeta si contraddistingue per la esorbitante giovinezza, per l’energia travolgente, per le soluzioni macchiettistiche … È la voglia di far teatro fuori e sopra gli schemi che muove i ragazzi a misurarsi anche con la gigantesca scrittura di Lesage, il senso del non-limite sempre pervicacemente superato.
È vero: come dice l’autore stesso, quando in finale fa ancora intervenire Cleofa ed Asmodeo, non ce n’è uno, tra i personaggi della Commedia, che ispiri simpatia… Tutti hanno secondi e tripli fini, nessuno è genuino o minimamente innocente… l’operazione tenta di sciogliere quella crudeltà e quel pessimismo che sembra sottendere il testo di Lesage, traducendolo in semplice risata.
Verrà il tempo in cui ci si misurerà con la malinconia… ma condividiamo la scelta, in questi tempi disfatti, critici e un po’ bui oltre il dovuto, di ridere di noi stessi, di tutti quegli sciocchi che passano dalla Baronessa, così come passano tra banchi politici, tra titoli finanziari, sulle macerie delle città o semplicemente sui marciapiedi con la faccia storta e comica dell’arroganza.
“Tutti passano… dalla Baronessa!”
commedia in due atti tratta da “Turcaret” di Alain René Lesage
con (in ordine di apparizione):
Beatrice Oppici
Marco Catapano
Chiara Bonaconsa
Valentina Zanferrari
Giovanni Tomelleri
Matteo Corcioni
Francesco Oppici
Giulia Bovi
Pietro Trincanato
Pietro Righi
Margherita Palumbo
Regia di Andrea de Manincor
Luci e audio: Francesco Melotti e Tommaso Giavoni
Costumi: Nicoletta Pavani e Maria Gabriella Pedron
Scene: Roberto Bonaconsa
Grafica: Elisa Vallani e Sofia Zenatti
Genere: commedia brillante
Durata: 90 minuti ca.
